Indice - Index

Amanita phalloides (Fr.) Link

GUIDA COMPLETA AL RICONOSCIMENTO


L'Amanita phalloides, comunemente nota come Tignosa verdognola, o, più semplicemente, Amanita falloide, rappresenta sicuramente il fungo più pericoloso in assoluto: pur non essendo l'unica specie potenzialmente mortale, la sua diffusione, l'appariscenza e la taglia la rendono molto abbondante e visibile nei boschi e per questo motivo è un fungo che deve essere ben conosciuto in tutti i suoi aspetti e in tutti gli stadi di crescita. Sono ancora noti a tutt'oggi episodi di avvelenamento con esito infausto, segno dunque che è ancora necessario sensibilizzare e informare tutti i raccoglitori, specialmente i più sprovveduti che evidentemente si avventurano nei boschi senza sapere quello che rischiano. Conoscendola bene è impossibile la confusione con specie commestibili; e forse non spetterebbe solo al micologo la capacità di identificare l'A. phalloides soltanto da un pezzetto di cappello, ad esempio. Lo scopo di questa guida, con la quale cercherò di approfondire ogni aspetto della specie, è proprio quello di illustrarne le caratteristiche approfondendo l'argomento molto più di buona a_phalloides01 (86K)
a_phalloides02 (175K) parte delle schede relative che è possibile trovare su internet o sui libri.

L'aspetto generale di un esemplare di Amanita phalloides adulto è quello di un fungo classico, vale a dire cappello e gambo, ai quali si vanno aggiungere due importanti caratteristiche: una struttura in cima al gambo, una sorta di gonnellino pendulo chiamato anello, e una alla base dello stesso, a forma di sacco, chiamata volva. Sono questi due elementi che possono però, in modi diversi, sfuggire all'attenzione del raccoglitore: l'anello è fugace, in quanto poco tenace e sottile, e dunque può scomparire, specialmente negli esemplari più maturi, o per condizioni metereologiche particolarmente avverse; la volva il più delle volte è profondamente infissa nel terreno, e lì ci resta quando il raccoglitore incauto preleva l'esemplare senza fare attenzione. Va ricordato che per legge i funghi vanno raccolti per intero proprio per questo motivo, quindi è opportuno agire con delicatezza, rimuovendo leggermente la terra fino alla base del gambo per non spezzarlo.

Ricordo brevemente che i funghi che noi vediamo spuntare dal terreno non sono altro che le strutture riproduttive della vera pianta fungo che cresce e si sviluppa nel terreno, sottoforma di ife, cioè aggregati di cellule fungine; le ife a loro volta si ramificano e si intrecciano fra di loro formando il micelio dal quale, in determinate condizioni favorevoli, sia insite nel fungo stesso, che climatiche, si differenzieranno le cellule che daranno vita agli sporofori, vale a dire le strutture riproduttive di cui parlavo sopra, i "funghi" che noi comunemente conosciamo.
Gli sporofori nascono, crescono e si sviluppano, cambiando non solo in dimensioni ma anche in forma e, proprio anche nell'A. phalloides, si presentano in maniera diversa in base allo stadio di sviluppo in cui si trovano. Per questo, prima di vedere nel dettaglio i singoli elementi che contraddistinguono la nostra specie, esamineremo il processo di crescita nel suo insieme.
In basso ho illustrato rapidamente le fasi dello sviluppo di uno sporoforo di A. phalloides. Inizialmente esso è tutto racchiuso dentro un velo generale, quello che prima abbiamo definito come "volva", che protegge la prima fase di crescita; quindi si presenta come una sorta di uovo, di colore bianco. Premesso che per legge è vietata la raccolta dei funghi in questo stadio, è comunque già possibile determinare la specie ma il rischio di confusione con la prelibata Amanita caesarea è molto alto se non si presta attenzione. Comunque, gli ovoli di Amanita phalloides sono generalmente a punta, con la base della volva ingrossata a causa del gambo fortemente bulboso già dalla nascita, e, in sezione, mostrano il gambo bianco e il cappello di colore bianco-giallastro; gli ovoli di A. caesarea invece sono solitamente affusolati verso la base e in sezione è già possibile vedere il colore giallo del gambo e aranciato del cappello. Poichè, ribadisco, la raccolta è vietata per legge, ho scritto le differenze solo a scopo didattico e per fare comunque capire che la distinzione con specie simili è possibile fin da subito.
Con la crescita, il velo generale si rompe, e fuoriesce il cappello. In questa fase la volva è ancora aderente a quest'ultimo e il gambo non è ancora visibile. Quando esso si allunga a sufficienza il cappello si distanzia dalla volva; in questo stadio l'anello non è ancora visibile poichè esso, definito anche come velo parziale, è ancora attaccato alle lamelle, a protezione di quest'ultime. Le lamelle costituiscono la parte fertile dello sporoforo: si trovano nella parte inferiore del cappello, e, a maturazione producono le spore, le cellule riproduttive; proprio per la loro importanza nei funghi più evoluti esse sono protette il più a lungo possibile, in questo caso con l'anello che quindi, infine, si staccherà dalle lamelle restando a pendere dalla parte superiore del gambo. Siamo giunti così allo stadio di fungo adulto, con le strutture che abbiamo prima evidenziato: cappello, gambo, anello e volva.
a_phalloides03 (219K)

Veniamo ora alla descrizione dettagliata di ogni parte dello sporoforo, dell'habitat di crescita e qualche cenno sulla sindrome provocata dall'ingestione di A. phalloides.

IL CAPPELLO
a_phalloides04 (145K)
Il cappello di un esemplare adulto ha un diametro variabile tra i 5 e i 20 cm: non è il caso di farsi ingannare dalle dimensioni che spesso nei funghi sono molto variabili a causa delle condizioni di crescita che possono essere ben diverse, oltre alle caratteristiche genetiche dei singoli miceli. Sarà quindi possibile rinvenire esemplari molto massicci, ma anche gracili e di piccola taglia.
Il cappello è inizialmente globoso, emisferico, conico; con la crescita si espande mantenendo comunque una forma convessa fino nell'adulto, dove può comunque presentarsi completamente aperto e anche revoluto: anche qui sono le condizioni climatiche che influiscono sullo sviluppo dello sporoforo, dunque è necessario soffermarsi invece sui caratteri tipici. Il carattere fondamentale del cappello è costituito, come ben visibile nella foto sopra, da delle cosidette fibrille innate radiali: esso è cioè liscio, ma presenta delle linee più scure, non in rilievo, che dal centro si dipartono verso il margine; le fibrille sono sempre presenti, ma non sempre ben visibili e può essere necessaria una lente d'ingrandimento. Il colore del cappello è variabile: si passa dal bianco puro della forma alba, al più tipico giallo, dal citrino-biancastro al giallo più carico, con sfumature verdastre, fino al verde oliva-verde scuro, o ancora sabbia-brunastro-marrone, anche molto scuro. Mai farsi influenzare dal colore del cappello per la determinazione. Possiamo infine notare che il cappello è solitamente più carico al centro, ha il margine liscio (di solito) e ben definito e passa tra il sericeo e il vischioso in base all'umidità; talvolta può presentare resti della volva sotto forma di placche, mai verruche.

LE LAMELLE
a_phalloides05 (134K)
La lamelle inizialmente sono, come già detto, protette dal velo parziale, o anello, come visibile nella foto sopra, nell'esemplare a destra. Quando l'anello si distacca esse si mostrano e iniziano a produrre le spore; poichè quest'ultime, in massa, hanno una colorazione bianca, l'A. phalloides, come tutte le specie del genere, viene definita leucosporea. Per questo motivo le lamelle, che sono di colore bianco, restano di tale colore fino a maturità. Di esse possiamo dire che sono fitte, alte e sottili e sono intervallate dalle lamellule, strutture molto simili che però partono dal margine senza raggiungere il centro del cappello. La caratteristica più importante, tipica del genere (ma non esclusiva), è che le lamelle sono libere: esse cioè non vengono a contatto col gambo e per questo motivo è facile separare il gambo dal cappello tramite torsione in modo netto, senza rotture di altre parti (fungo eterogeneo).

IL GAMBO, L'ANELLO E LA VOLVA
Il gambo è alto 7-20 cm, ha una forma cilindrica che si allarga costantemente verso la base dove termina con un bulbo piuttosto pronunciato che è responsabile, come già detto, della forma a punta del fungo allo stadio di ovolo. Il colore di fondo è bianco; può presentarsi anche completamente liscio e di colore uniforme, ma nella maggior parte dei casi si manifesta tipicamente zebrato, con striature più scure giallo-brunastre intervallate a zone più chiare. Queste bande sono talvolta spaziate, altre volte molto fitte, e si presentano più o meno in rilievo come nella foto qui a destra. Il gambo è resistente e pieno all'inizio, poi si presenta cavo al centro a maturità; può avere un aspetto slanciato ed esile, come anche mostrarsi grosso e tozzo.
Nella parte apicale è presente l'anello, cadente a gonnellino, ampio, comunque sottile e possibilmente fugace, concolore al gambo, striato per l'impronta delle lamelle.
La volva è bianca, a forma di sacco, grossa, evidente, membranosa, ben attaccata al bulbo del gambo ma libera all'orlo dove si presenta lacerata; talvolta i lembi aderiscono al gambo e possono fare sembrare gambo e volva un tutt'uno, ma il più delle volte essi sono ben distanziati. Come già scritto, può essere più o meno infissa nel terreno e può dunque essere erroneamente lasciata sul posto a causa di una raccolta non adeguata: ci sono comunque gli elementi per riconoscere agevolmente la specie anche senza questo importante elemento di identificazione. L'importante è non fare affidamento solo su di essa, come su qualunque singola caratteristica che può venire a mancare, ma giudicare il quadro d'insieme; può capitare di vedere funghi raccolti (male) da altri, in quel caso non vedere la volva non può e non deve portare ad escludere il genere Amanita come possibile, bisogna sempre ricordare che i funghi non vanno mai sottovalutati. Se manca anche l'anello perchè lo sporoforo è vecchio? Ci sono ancora tutti gli elementi per una corretta determinazione, e nella parte che segue descriverò gli ultimi di essi che possono servire per dissipare eventuali dubbi ancora esistenti.
a_phalloides06 (97K)
a_phalloides07 (148K)

LA CARNE E L'HABITAT
La carne, cioè la parte interna dello sporoforo visibile al taglio, è bianca, appena giallo-verdastra sotto il cappello; è soda e compatta all'inizio, poi diventa più spugnosa e meno resistente. Dapprima manifesta un odore poco pronunciato che via via con la maturazione diventa sgradevole, cadaverico per definizione: sebbene gli odori siano piuttosto soggettivi, e le definizioni date dai micologi del passato talvolta piuttosto discutibili o comunque molto particolari, e certamente in pochi hanno sentito l'odore di un cadavere, possiamo dire che l'odore dell'Amanita phalloides è comunque ben diverso da specie simili (è nettamente rafanoide in Amanita citrina), e una volta memorizzato, al di là di una possibile definizione, è ben caratteristico. Personalmente ritengo sia molto simile all'odore che si sente dai fiorai, un misto di acqua di fiori e l'olezzo dei fiori stessi ma nella loro componente meno gradevole, di fiori vecchi o che tipicamente non hanno un odore piacevole, anche se ho sentito rose dall'odore molto simile.

L'A. phalloides cresce abbondante nei boschi di latifoglie, soprattutto querce, ma anche castagni, noccioli, faggi; personalmente non l'ho mai rinvenuta sotto conifera pura ma, seppur raramente è possibile rinvenirla anche tra le aghifoglie. In ogni caso non è certamente l'habitat ad essere significativo per una specie che presenta abbondanti elementi tipici per il riconoscimento.

LA SINDROME FALLOIDEA
L'intossicazione causata dall'A. phalloides è cosidetta a lunga latenza, insorge cioè dopo le 6 ore dal pasto; è possibile però che i tempi siano molto più lunghi, fino a 24 ore dopo l'assunzione, con quindi una problematica legata alla difficoltà di collegare i sintomi ai funghi stessi. Viene definita sindrome falloidea, dal nome stesso della specie che la causa in maggior parte, ed è dovuta alla presenza di alcune tossine, le Amatossine. La dose letale per un uomo adulto di peso medio di 70 Kg è solo circa 50 grammi, vale a dire solo un cappello.
Rapidamente, chi è interessato può approfondire in altre sedi, dopo la latenza, si manifestano danni all'apparato gastroenterico: peso gastrico, nausea, vomito e diarrea con conseguente forte disidratazione che può portare a insufficienza renale e morte per shock ipovolemico nei casi più gravi e non trattati; in seguito compare una insufficienza epatica grave che può portare a morte per coma epatico. Si sottolinea come sia quindi importantissimo un intervento precoce che mira a contrastare la disidratazione (terapia infusionale con introduzione forzata di liquidi) e a impedire l'assorbimento delle tossine da parte delle cellule epatiche (terapia rimozionale tramite carbone vegetale che legandosi alle tossine impedisce il ricircolo enteroepatico).
Un tempo la mortalità era molto alta, tra il 50 e il 90% ma oggi, grazie ai progressi nella cura, si è ridotta al 7% (casistica del CAV di Milano); sono riportati in letteratura casi di trapianto di fegato.

A CONFRONTO
Ma veniamo dunque al punto: con quale specie commestibile è possibile confonderla?
La mia risposta è chiara e netta, considerato anche quanto scritto finora: nessuna. É comunque opportuno fare dei confronti o anche soltanto menzionare quelle che sono le specie con le quali è possibilmente scambiata dai raccoglitori che hanno avuto evidentemente brutte esperienze con la raccolta ed il consumo della specie in oggetto.
Tra le specie del genere Amanita vanno certamente considerate A. citrina, A. gemmata e A. caesarea. Le prime due vanno considerate non commestibili, se non velenose, dunque la distinzione non spetta al raccoglitore-micofago occasionale; la confusione con A. caesarea è possibile solo allo stadio di ovolo chiuso (ma come detto la raccolta è correttamente vietata per legge) perchè allo stadio adulto quest'ultima presenta gambo e lamelle gialle e cappello arancione.
Può essere incredibilmente confusa con alcune specie a cappello giallo-verde del genere Russula, ma francamente come scritto sopra non dev'essere l'eventuale mancanza di volva e anello a confondere: le russule non hanno lamelle libere, hanno la carne gessosa, non presentano fibrille innate nel cappello e gambo zebrato. Stesso discorso vale per gli Agaricus, che presentano sì un anello, ma mancano di volva e hanno lamelle che presto diventano rosa-brunastre per la produzione delle spore.
É forse possibile che nella casistica l'A. phalloides sia stata scambiata con altre specie ritenute commestibili, personalmente mi riesce difficile interpretare quali, e certamente mi rifiuto di credere che ci sia chi non conosce l'esistenza di funghi velenosi e vada in giro a raccogliere e mangiare tutto quello che gli capita. Riassumiamo dunque, ancora una volta e in modo schematico, gli elementi di sicura identificazione della specie:

  • Cappello con fibrille radiali innate

  • Lamelle libere al gambo

  • Anello sul gambo

  • Gambo zebrato

  • Volva alla base del gambo, a sacco

  • Odore tipico, sgradevole/floreale


amanitaphalloides07 (244K)

amanitaphalloides08 (223K)

amanitaphalloides03 (263K)

amanitaphalloides04 (234K)

Testo e fotografie © 2017 Salvatore Saitta - Prima pubblicazione 2 Ottobre 2017







Bibliografia

parliamo di funghi - I ecologia, morfologia, sistematica - G.M.B. Trento
parliamo di funghi - II tossicologia, commercializzazione, legislazione - G.M.B. Trento
Atlante fotografico dei Funghi d'Italia Volume 1 - Papetti, Consiglio e Simonini - A.M.B.
Tutto Funghi - Cercarli, riconoscerli, raccoglierli - AMINT - De Vecchi
AMINT - Il forum dei funghi e fiori in Italia www.funghiitaliani.it